In questo articolo, pubblicato da Menti In Fuga, Mario De Finis ci invita a guardare alla vecchiaia non come a una stagione già scritta, ma come a un’età ancora da inventare, soprattutto nel Sud del Paese. Una riflessione che intreccia condizioni sociali, territori, relazioni e possibilità di riscatto.
Uno sguardo che nasce dall’esperienza, dall’ascolto e da una sensibilità che sentiamo vicina: quella di chi, anche nella Comunità di Sant’Egidio, crede che l’invecchiamento non sia solo una questione individuale, ma una responsabilità collettiva, capace di generare legami, dignità e futuro.

Ragionare di vecchiaia in termini nuovi, collocando il ragionamento al Sud, dove sembra che le differenze col resto del Paese siano ancora più evidenti. Una riflessione sulla condizione degli anziani in Campania dopo la legge sull’assistenza domiciliare integrata.
In Italia, al 1° gennaio 2025, ci sono quasi 4,6 milioni di ultraottantenni, quasi 900 mila ultranovantenni e quasi 24 mila ultracentenari: numeri straordinari in termini di salute e al contempo portatori di una nuova sfida. «C’è bisogno – come ha scritto recentemente Vincenzo Paglia, Presidente della Commissione per la riforma della assistenza sanitaria e sociosanitaria per la popolazione anziana – di nuovi pensieri, di nuove parole e soprattutto di nuove proposte che aiutino ad inventare una vecchiaia che sia degna per tutti».

Viceversa, le conseguenze dell’assenza di un pensiero politico, economico, sociale, spirituale sulla vecchiaia sono di particolare entità, in particolare nel Sud del paese, e potrebbero essere ben esemplificate dal caso di Napoli e della Regione Campania. Sebbene fra i capoluoghi italiani abbia la minore quota di anziani (quasi il 22%), Napoli già oggi presenta la più sostenuta crescita dell’età media in Italia, e nel 2031 secondo le previsioni demografiche registrerà il maggior incremento della popolazione anziana (+19,5% e +26% nella seconda cintura urbana del territorio).

Del resto, la Campania è una regione sempre più anziana: all’ottobre 2025 il 20,8% dei suoi abitanti ha più di 65 anni, mentre il 9,8% ha oltre 75 anni; negli ultimi venti anni, l’indice di vecchiaia (rapporto tra over 65 e under 14) è quasi raddoppiato, passando da 77 a 143. Nel nuovo contesto campano di rapida transizione demografica, sarebbe necessario un cambio di passo nell’adottare nuovi strumenti per riconoscere, gestire e pianificare interventi su misura rispetto alla complessa fragilità dei vecchi. La vera sfida è trasformare la quantità di vita in qualità di vita.

A fronte di tale crescita infatti, il quadro delle condizioni di vita degli anziani campani è estremamente critico. Alcuni dati. In Campania la speranza di vita alla nascita è di 81,7 (la più bassa in Italia) contro una media italiana dell’83,4; la seconda più bassa dopo la Calabria per speranza di vita in buona salute alla nascita (54,9), contro la media italiana del 58,1.Napoli è il territorio metropolitano dove si vive meno a lungo: il numero medio di anni che rimangono da vivere a 65 anni è stimato in 17,6 anni per gli uomini e 20,3 per le donne (contro rispettivamente i 19,8 e 22,6 a livello nazionale)

In una regione che ha il maggior rischio di povertà ed esclusione sociale d’Europa, il numero assoluto di anziani in povertà è aumentato nell’ultimo decennio, e il rischio di povertà – calcolato sui redditi del 2023 – a fronte del dato nazionale del 18,9%, in Campania interessa più del 35% della popolazione. La condizione economica disagiata della regione – che vede parametri come spesa (1.910 euro) e reddito pro-capite (18.500 euro) ben lontani dalla media nazionale (rispettivamente di 2.230 e 31.000 euro) – è un vettore importante di diffusa fragilità geriatrica: un numero sempre maggiore di anziani indigenti rinuncia a visite mediche o ad accertamenti diagnostici per problemi economici, come peraltro ha una difficoltà di accesso ai servizi essenziali (farmacie, pronto soccorso)  più che tripla in Campania (8,9%) rispetto al 2,6%  della provincia autonoma di Bolzano. Insomma, un mix micidiale di esclusione sociale e vulnerabilità, di povertà e malattia, che vede a Napoli i decessi evitabili, raggiungere una punta di 29,3 ogni 10.000 abitanti (dati del 2021), contro un’incidenza media nazionale del 19,2.

Ciò richiederebbe – secondo il Rapporto BES 2024 – «politiche sanitarie e sociali integratecapaci di rafforzare la prevenzione, promuovere la salute, favorire l’accesso alle cure, sostenere corretti stili di vita e contrastare le disuguaglianze territoriali e di genere». E si dovrebbe tradurre da un lato con un aumento dell’offerta di posti letto per le persone fragili e anziane, autosufficienti e non, e dall’altra con una razionalizzazione dei ricoveri a favore di una sanità territoriale e domiciliare.

Sul primo versante, la Campania vede la propria offerta di posti letto – sia residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari, che per  acuti e post-acuti – ancora una volta all’ultimo posto in Italia. Sulla urgente necessità di razionalizzazione dei ricoveri, la Campania ha viceversa addirittura aumentato il proprio tasso di ospedalizzazione evitabile complessivo dal 125,86 del 2020 al 136,57 del 2023: secondo una survey condotta nel 2025 dalla Federazione dei medici internisti ospedalieri, in Campania mediamente un ricovero su tre poteva essere evitato con una rete di assistenza territoriale più adeguata, basata su servizi di assistenza domiciliare, reparti di post acuzie e lungo degenza,

L’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI), viceversa – pilastro fondamentale per il supporto agli anziani non autosufficienti, in crescita su scala nazionale negli ultimi anni – vede la Campania agli ultimissimi posti in Italia sia verso gli over 75 (con il suo 3,87%), che verso gli over 65 (con il suo 2,20%): del resto le risorse economiche per l’assistenza socio-sanitaria agli anziani campani (spesa media di 91 € pro capite per i servizi sociali) sono tra le più basse d’Italia. Il quadro suggerisce la necessità ineludibile di porre l’anziano come soggetto privilegiato delle politiche di welfare, e quindi di un’innovazione nel paradigma della sanità e nei modelli di governance e di erogazione dei servizi sanitari, con un ruolo sempre maggiore dell’abitazione come luogo di cura per gli anziani.

Orientare sempre più̀ l’assistenza verso modelli domiciliari di valutazione e cura a lungo termine,  che integrano in un continuum sfera sanitaria e sociale, capaci di rispondere in modo incisivo e innovativo ai bisogni complessi e multidimensionali di questa fascia di popolazione anziana in costante crescita – e spesso non autosufficiente – è proprio uno dei cardini della Riforma della Commissione per la riforma della assistenza sanitaria e sociosanitaria per la popolazione anziana del Ministero della salute, presieduta da Vincenzo Paglia.

Una Riforma divenuta legge dello Stato (legge n. 33/2023) senza alcun voto contrario – una eccezione nella politica nazionale – a testimonianza del fatto che è un’esigenza di tutti il diritto a vivere e curarsi da anziani prioritariamente nella propria casa, magari con nuove forme di tecnologia (telemonitoraggio e telemedicina) e di convivenza (co-housing o in assisted-living): si gode dei vantaggi della vita comunitaria, con un sistema di gestione del quotidiano totalmente condiviso e alcuni servizi garantiti.

In tal modo, ispirandosi al tradizionale vicinato – così radicato nel sud Italia e in Campania – è possibile contrastare in modo appropriato e personalizzato problematiche metropolitane tanto frequenti: solitudine e isolamento, deprivazione relazionale e affettiva, problemi economici, il semplice bisogno di aiuto. L’attuazione della legge, dopo l’approvazione del decreto legislativo, pur tra mille difficoltà soprattutto di tipo economico, sta procedendo attraverso sperimentazioni ad opera di Aziende Sanitarie, Comuni, Ospedali, Terzo settore, volontariato ed Università, secondo modelli misti pubblico – privato, coinvolgendo tutti alla ricerca di “good practice” per qualità, efficacia ed efficienza.

Un nuovo modello di cura per gli anziani, peraltro facilmente replicabile, che sta consentendo – lì dove applicato – una riduzione della mortalità, un calo della ospedalizzazione e dell’istituzionalizzazione e una riduzione delle spese per la loro assistenza da parte delle ASL. Ma anche un modello di risposta politica e sociale “di sistema” che vede finalmente partecipi e coinvolte in modo creativo e condiviso le istituzioni centrali e territoriali, il sistema socio-sanitario, le agenzie sociali, gli operatori della salute, il volontariato, i comuni cittadini: esattamente ciò che servirebbe a ricucire lo squarcio profondo della spirale povertà-malattia-solitudine degli anziani in Campania.

Sarebbe auspicabile che anche in Campania i decisori politici prendessero atto del prezioso strumento a disposizione che è la legge n. 33/2023 e se ne servissero nell’immediato, prevedendo e implementando analoghe sperimentazioni anche nei territori campani. Un popolo di anziani lo aspetta.

Mario De Finis